Nel commentare l'opera di Piranesi Starobinski alluse ch'essa aveva "per eroi degli esseri di pietra". Gargoyles dell'architettura, immaginifici, che la pittura di Guerri rievoca in forma di archeologia metafisica. E' il "classico" rivisitato con fantasia, con capriccio: antichi paesaggi urbani in cui proliferano i punti di vista, gli scorci e le fughe prospettiche, in un addensarsi di volumi primari dai colori musivi dolcemente graduati tra coni d'ombra e luce.

Il vedutismo di Guerri è proiettivo, la sua architettura arcaica; la definizione geometrica attinge invece ad un lirismo che da Sol Lewitt retrocede fino alla solidità plastica di Giotto, verso una concezione spaziale assai libera. Lo spazio indeterminato, scenograficamente assemblato, è ricostruito e demolito secondo un'indole saturnina che rivendica i fasti dell ruine (come nel caso del polittico "E le città delle genti caddero" i cui elementi si dispongono a lisca di pesce, in bilico precario, prossimi al rovinio del suolo) forse perchè "le pareti trattengono i ricordi, cercano di mostrarci la ridicola realtà, vogliono farci sapere che viviamo la solita, riscadata storia. I muri a volte ridono, la burla è troppo ben congeniata; si, provano per noi un pò di pena, ma l'impeto, la passione, l'amore che ogni volta infondiamo nell'ennesima replica è tragicamente comico. Quando sentiamo le nostre case tremare sono loro, i muri che ridono di noi; quando un muro crolla è perchè ha riso troppo"[dal racconto Muri di Farbizio Tavernelli].

Che si tratti di cinte murarie a serpentina, colonnati che sono monumenti, particolari di ambulacri, bastioni, reticolati tortili o ascensionali, nelle silenti città di Guerri regna la memoria e la poesia - de tempo- destinate all'oblio poichè dimentiche della figura umana.


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